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 Le donne nell'antica Roma, Usi e Costumi dell'epoca

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MessaggioOggetto: Le donne nell'antica Roma, Usi e Costumi dell'epoca   Gio Feb 04, 2010 8:46 am

Qui ci sono due saggi interessanti che parlano degli usi e costumi delle donne nell'antica Roma. Il loro modo di vestire, le acconciature, i loro doveri nei confronti degli uomini e altro ancora:

LE DONNE NELL'ANTICA ROMA

Donne nell'antica Roma
Provare a decifrare di più di quanto la letteratura non abbia mai tramandato: è forse questa velleità a spostare l'attenzione dell'interprete contemporaneo su aspetti della vita comune della società romana classica. Lo sguardo insegue allora l'immagine di una donna in molti dei suoi possibili ruoli, oscillanti tra precetti e proibizioni, simboli naturali e riti del tempo sacro.

A partire dunque dal piano concreto e quotidiano del soddisfacimento delle esigenze primarie, le fonti scritte registrano classificazioni rigorose e precise in merito ai cibi che la donna ha il compito di conservare, come la frutta e le uova, e specifici divieti riguardanti la preparazione di alcuni alimenti, quale la macellazione e la macinazione della carne, in quanto pratiche correlate alle mansioni sacrificali di spettanza maschile.


Atlete del mosaico nella villa romana di Piazza Armerina. Quella coi manubri si esercita nel salto, l'altra nel lancio del disco.

La cura del focolare domestico e della casa in genere lasciano immaginare una domina assai impegnata, nello svolgimento delle proprie mansioni, in modo da evitare il più possibile la frequentazione e la consuetudine con altre rappresentanti del gentil sesso.

L'elenco dei doveri muliebri ricordati da Catone sembra abbastanza oneroso e cospicuo di per sé, tanto da pregiudicare ogni eccesso in materia di svago. Tuttavia, tra le norme comportamentali, è vivamente raccomandata la pratica di limitare il numero di visite da parte di altre donne: "Vicinas aliasque mulieres quam minimum utatur neve domum neve ad sese recipiat" (De agri cultura, 143, 5). Luxuriosa e ambulatrix, ossia il fatto di essere amante del lusso e degli spostamenti, costituiscono peraltro i parametri definitori della cattiva moglie.


Esiste comunque una categoria di donne le cui mansioni hanno maggiori affinità con i privilegi sacrali maschili: si tratta delle sei vergini Vestali, incaricate di sorvegliare il fuoco del focolare pubblico, conservato nel santuario di Vesta, e di preparare la mola salsa, da spargere sugli animali destinati al sacrificio.

La mola salsa è un composto di farina di farro, ottenuta da spighe raccolte in maggio e dunque ancora impregnate di energia primiziale, mescolata a muries.

La muries consiste invece nell' impasto di sale e acqua di fonte perenne, posto a cuocere in una pentola d'argilla, sigillata con il gesso: "[…] fit ex sali sordido, in pila pisato, et in ollam fictilem coniecto, ibique operto gypsatoque et in furno percocto, cui virgines vestales serra ferrea secto et in seriam coniecto, quae est intus in aede Vestae in penu exteriore, aquam iugem, vel quamlibet, praeterquam quae per fistulas venit, addunt, atque ea demum in sacrificiis utuntur" (Sesto Pompeo Festo, De significatu verborum).

Fuoco, acqua perenne e spighe sono in stretta analogia con la condizione di purezza serbata dalle Vestali. Il loro stato verginale vale infatti a purificare simbolicamente tutte le colpe della popolazione e catalizza in questo modo la benevolenza divina e il successo per i maschi della città. Il ruolo delle Vestali attesta dunque una funzione femminile essenziale e necessaria per la potenza di Roma.

Peraltro anche due importanti cariche religiose maschili paiono associate alla indispensabile presenza di una consorte coadiutrice: si tratta del flamen dialis e del rex sacrificulus, assistiti rispettivamente dalla flaminica e dalla regina sacrorum. In caso di morte della sposa, il flamen decade infatti dal proprio incarico (cfr. Aulo Gellio, Noctes Atticae, 10, 15, 23).

Nell'immaginario culturale romano anche la donna, al pari dell'uomo, svolge un ruolo fondamentale e decisivo per descrivere e trasfigurare in chiave mitica gli eventi del passato storico.

Come hanno diffusamente dimostrato gli studi di antropologia culturale, il paradigma dell'eroe ha una funzione preminente nella conservazione e nella tutela di valori fondamentali per la stabilità e l'equilibrio di ogni aggregazione umana. Fides, auctoritas e pietas, ossia i principi basilari del patto sociale romano, sono dunque variamente riconfermati attraverso le fisionomie e i comportamenti di uomini eccellenti, protagonisti dei miti delle origini o delle vicende storico-politiche documentate dagli autori classici.

In questo culto dell'immagine esemplare, la figura femminile gioca spesso il ruolo di controparte, allorché l'identità maschile assume valenze negative o contraddittorie rispetto al canone ideale. Il modello muliebre diviene allora, a pieno titolo, vicariante dell'eroe e in tale sovvertimento dei compiti si sfumano le qualità precipue, dettate dal sesso di appartenenza, per cedere il posto ad una gamma di tratti e specifiche connotazioni virili, che si esplicano in manifestazioni di coraggio e sprezzo del pericolo.

È quanto si rileva, ad esempio, leggendo il discorso che Plutarco fa pronunciare alla madre di Coriolano, allorché una delegazione di donne la supplica d'intercedere presso il figlio, affinché ponga fine alla guerra contro Roma: "Ma il nostro strazio maggiore procede dal vedere la nostra patria così debole e sgomenta da essersi ridotta a fondare su noi le proprie speranze. […] Se non potremo fare altro, sapremo almeno morire nell'atto d'implorare per la patria" (Da Marzio Coriolano, XXXIII, in Le vite parallele, trad. A.Ribera, Sansoni, Firenze 1974).

Coltivare i connotati fisici di un carattere virile era peraltro uno degli obiettivi perseguiti nell'educazione delle bambine di buona famiglia, come ancora ci attesta Claudio Galeno ai tempi dell'imperatore Marco Aurelio.

Alcuni autori, ad esempio Jean Gaudemet, ipotizzano un ruolo importante per la mulier e addirittura una sorta di parità nei confronti del marito, come comproverebbero certe iscrizioni funerarie, tra le quali la più famosa è senza dubbio la cosiddetta Laudatio quae dicitur Turiae, riportata in Fontes iuris romani anteiustiniani.

Il marito di Turia elogia il comportamento della propria compagna, che si è rivelata certa, ossia fedele, fidata e determinata durante i 41 anni di matrimonio, e che ha venduto tutti i propri gioielli per salvare il consorte, in un momento di persecuzione politica. Egli ha rifiutato di ripudiarla, benché ella stessa, essendo sterile, avesse incoraggiato l'unione dell'amato con un'altra sposa.

Peraltro nei tempi antichi, l'usanza di cambiare o addirittura scambiare le mogli doveva essere assai diffusa, se persino Catone Uticense cedette all'amico Ortensio, l'adorata Marzia, per poi riprenderla alla morte di costui (Strabone, Geografia, XI, 9, 1).

Le leggi di Romolo prevedevano che la donna non potesse abbandonare il marito, ma che il coniuge potesse invece ripudiarla, nel caso in cui ella avesse avvelenato i figli, taciuto una gravidanza o commesso adulterio (Cfr. Plutarco, Romolo, XXII).

Qualora poi le mogli avessero ucciso i propri uomini, i congiunti provvedevano a strangolarle, senza nemmeno attendere il processo: un'inutile perdita di tempo, data l'evidenza della colpa e l'efferatezza del delitto.

In età repubblicana la dimestichezza con la preparazione di pozioni tossiche non dovette essere un'attitudine saltuaria, in cui si cimentavano annoiate signore della società bene alle prese con insopportabili compagni, ma piuttosto un'anomala rivendicazione di potere alternativo, talvolta non esente da un'impronta di rivolta contro la maggioranza politica.

Durante il consolato di Marco Claudio Marcello e Tito Valerio, nel 331 a.C., molti importanti cittadini morirono, per cause che furono attribuite non solo a una terribile pestilenza, ma specialmente all'avvelenamento causato da un complotto di donne, poi denunciate da una ancella: "Tum patefactum muliebri fraude civitatem premi matronasque ea venena coquere et, si sequi extemplo velint, manifesto deprehendi posse. [7] Secuti indicem et coquentes quasdam medicamenta et recondita alia invenerunt" (Livio, Ab urbe condita, VIII, 18).

Nelle case di venti patrizie furono infatti trovate presunte pozioni salutari. Tuttavia, appena le nobildonne furono costrette a berle, perirono immediatamente. Le denunce cominciarono a moltiplicarsi e ben centosettanta matrone furono condannate a morte, quantunque fossero giudicate alla stregua di folli e non di vere e proprie criminali: "Prodigii ea res loco habita captisque magis mentibus quam consceleratis similis visa..." (Livio, ib.).

La labilità del carattere femminile è del resto un topos ricorrente di molta poesia satirica, che indulge nell'indecente rappresentazione dell'ebbrezza con ovvii rimandi allo stilema della menade.

Per le donne, la proibizione di bere vino risale alla dimensione leggendaria del Lazio, in un'epoca addirittura antecedente alla fondazione di Roma. Re Fauno ha sorpreso ubriaca la propria moglie Fauna e la punisce fustigandola a morte con rami di mirto; tuttavia, placatosi il suo grande furore, non può fare a meno di avvertire un grande desiderio di lei, perciò in suo onore istituisce sacri riti, durante i quali è offerta un'anfora coperta da un velo: "…quae quia contra morem decusque regium clam vini ollam ebiberat et ebria facta est, virgis myrteis a viro ad mortem usque caesam; postea vero cum eum facti sui poeniteret ac desiderium eius ferre non posset, divinum illi honorem detulisse; idcirco in sacris eius obvolutam vini amphoram poni" (Lattanzio, Divinae Institutiones, I, 22, 11).

Pertanto nel tempo mitico si collocano i parametri del divieto e della concessione nei confronti della bevanda sacra: Fauna assurge al ruolo di Bona Dea e le sacerdotesse addette al suo culto conservano nel tempio un vino che è chiamato latte, in uno speciale recipiente denominato vaso da miele: "…quod vinum in templum eius non suo nomine soleat inferri, sed vas in quo vinum inditum est mellarium nominetur et vinum lac noncupetur" (Macrobio, Saturnaliorum convivia, I, 12, 25).

Annessa al santuario è una sorta di farmacia, dove le sacerdotesse trasformano le erbe medicinali: gli uomini sono esclusi, in base ad una proibizione che ricollega al mito greco di Medea i riti dedicati alla Bona Dea, protettrice delle donne (gunaikeia). In questo luogo, la stessa presenza di serpenti, associati ai riti terapeutici della fecondità, esalta e qualifica il ruolo della indiscussa signoria femminile.

L'onomastica divina riassume le qualità della Madre Terra: Bona e Fauna, in quanto produce gli alimenti per gli esseri umani e li favorisce in tutte le loro necessità; Ope, perché per opera sua la vita sussiste, e Fatua, appellativo deverbale riferibile a fari, che suggestivamente allude alla capacità di vagire acquisita dai bimbi appena hanno "toccato terra": "Fatuam a fando quod, ut supra diximus, infantes partu editi non prius vocem edunt quam attigerint terram" (Macrobio, ib.).

Nel calendario romano compaiono altre feste officiate dalle donne, p.es., in coincidenza con il primo di aprile, le cerimonie dedicate a Venere Verticordia e a Fortuna Virile. In tale occasione madri e nuore del Lazio tolgono le collane d'oro al simulacro della dea e lavano la sua statua di marmo.

Successivamente anch'esse s'immergono in un bagno purificante; ma la loro nudità mette in luce ogni difetto della persona; pertanto bruciano incenso e levano preghiere in onore di Fortuna Virile, affinché siano aiutate a nascondere ai propri mariti le imperfezioni del corpo: "Accipit ille locus posito velamine cunctas / et vitium nudi corporis omne videt / ut tegat hoc celetque viros, Fortuna Virilis / praestat et hoc parvo ture rogata facit" (Ovidio, Fasti, IV, vv.147-150).

Il rito possiede un'indubbia connotazione riferibile a finalità seduttive, è quasi una sorta di preliminare amoroso che rinnova, anno dopo anno, per le maritate, la tensione dell'evento nuziale già consumato in precedenza. Peraltro l'assunzione di una bevanda sedativa, identica a quella bevuta da Venere prima di congiungersi allo sposo, composta di latte, miele e semi di papavero, traspone analogicamente il senso dell'unione coniugale in una prospettiva significante, atta a risvegliare le qualità della dea in ogni donna.

Durante le feste femminili, si svolgono sacrifici non cruenti: è il caso dell'offerta di latte di fico in concomitanza con le Nonae Caprotinae, il 7 di luglio, in onore di Giunone. La cerimonia risale agli antichi riti mediterranei della fecondità e pertanto coinvolge all'unisono le donne libere e le schiave.

Ed è proprio a proposito di quest'ultime che la leggenda fa risalire la suggestiva dedica di tale rito, ossia alla fine della guerra contro i Galli, allorché le popolazioni confinanti, intenzionate a invadere Roma, chiesero in ostaggio al senato le madri e le vergini.

Fu allora che una schiava, di nome Tutela o Filotide, propose di recarsi dagli avversari, con altre sue compagne, fingendo di essere una donna libera. Giunte all'accampamento nemico, le coraggiose ancelle eccitarono gli uomini a bere, al punto da farli ubriacare; subito dopo, ad un segnale convenuto, che, come vuole la tradizione, fu trasmesso presso un albero di fico, i soldati romani fecero irruzione ed ebbero la meglio. Lo stesso Macrobio, nel riferire la vicenda, sottolinea la portata eroica dell'ancillarum factum, non riscontrabile in ulla nobilitate (Saturnaliorum convivia, I, 2, 35).

Tra presenza e marginalità, non sembra comunque lecito descrivere il modello femminile romano in chiave completamente autonoma: passione, coraggio e devozione muliebre acquistano la loro significanza nel rapporto interpersonale con l'uomo, rispetto al quale la condizione della donna assume, a vari gradi, il proprio carattere di indispensabilità.

Fonte:

http://www.homolaicus.com/storia/antica/roma/donne.htm
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MessaggioOggetto: LE PETTINATURE IN EPOCA ROMANA   Gio Feb 04, 2010 9:10 am

La donna romana e le pettinature

di Eugenia Salza Prina Ricotti

La donna romana e la bellezza
La donna romana non soltanto era spiritosa ed intelligente, ma era anche molto raffinata e curava con assiduità la propria bellezza. D’altra parte esse avevano tutti i mezzi per farlo, anzi, se poi la natura non le avesse ben provviste dei suoi doni, potevano darsi da fare per crearseli. Bisogna pensare che le matrone avevano a loro disposizione schiave esperte nel massaggio e altre che erano splendide parrucchiere e che sapevano arrangiare i loro capelli nelle pettinature più complicate e più alla moda di quei tempi.
È però anche vero che, qualche volta, sia per seguire la moda che per riuscire a diventare più belle, le gentili dame sottoponevano i loro capelli a rovinosi trattamenti che finivano col danneggiarli e, a volte, anche in modo irreparabile. Ovidio, l’amico delle donne ed anche il loro più saggio consigliere cercava di metterle in guardia e le ammoniva a non tingersi i capelli. Diventare bionda era, come minimo, imprudente e la giovane che decideva di emulare le bionde schiave del nord molto presto aveva di che pentirsene. Le tinture usate allora non erano certo prodotti sicuri e Ovido ci mostra cosa poteva succedere con un tragico esempio che tra l’altro lo aveva toccato da vicino perché riguardava la sua bella amichetta. Ovidio l’ave va avvertita, aveva cercato in ogni modo di dissuaderla, ma lei non gli aveva dato retta e ormai l’unica cosa che Ovidio poteva fare era lamentarsi della sua follia.
“ Te lo avevo detto: “Non tingerti i capelli” e adesso non hai più capelli da tingere. Ma se tu li avessi lasciati stare come erano, nessuna avrebbe capelli più lunghi dei tuoi. E cosa poi dire di quanto fini essi fossero? Tanto fini che la parrucchiera esitava ad arricciarli. Erano più fini delle seriche vesti degli scuri Seri ed erano più sottili della tela che col suo fragile piede il ragno tesse sotto una vecchia trave.”
Naturalmente non tutte le donne romane avevano avuto la fortuna di avere capelli castani chiazzati d’oro come quelli di Corinna, ma qualcheduna ce ne era e molte di queste si svegliavano la mattina avviluppate nel loro letto dal soffice e profumato manto della loro chioma; capelli naturalmente ondulati che Corinna torturava con ferro e fuoco per trasformare le sue naturali onde in ricci e inutilmente il poeta le gridava
“È un delitto! Un delitto di bruciare quei capelli”
E aveva ragione. Eccome se aveva ragione. Infatti la ragazza perse tutti i capelli e dovette ripiegare su una parrucca ricavandone l’unica consolazione di poter finalmente diventare più bionda di un campo di grano maturo Ovidio però la compiangeva
“ Adesso dovrai farti dare dalla Germania ti i capelli di quelle sue donne che sono state catturate”
In epoca augustea con tutte le grandi conquiste transalpine erano venute di moda le parrucche fatte con i capelli delle donne dei Sigambri e nella seconda metà del I sec. a.C. i capelli biondi erano l’ultimo grido così le Romane ovviavano al colore scuro delle loro chiome sia comprandosi bionde parrucche inanellate, sia tingendosi i capelli con la spuma batava, o più semplicemente anche se molto dispendiosamente cospargendosi le chiome con polvere d’oro.
Comunque se una prima non si rovinava i capelli aveva poi moli modi in cui pettinarsi. La donna elegante sapeva scegliere la pettinatura che più si adattasse al suo viso e se non lo sapeva si faceva consigliare dagli esperti. Ovviamente tra questi il migliore era Ovidio che nella seconda metà del I secolo a.C. elencava le pettinature di moda spiegando anche a che tipo di donna si addicessero:
Viso allungato: pettinato con scriminatura semplice
Viso tondo: meglio una pettinatura alla Livia con le orecchie scoperte e i capelli riportati poi sulla fronte a formare un ciuffo.
Vi erano poi molti altri modi che sempre Ovidio elenca: si potevano portare i capelli:
Sciolti e gonfi.
Tirati.
Trattenuti da un pettine di tartaruga.
Ondulati.
Artificiosamente spettinati.
Per ottenere queste pettinature le dame di buona famiglia dovevano sottoporsi a lunghe ed assorbenti sedute davanti allo specchio mentre la parrucchiera accomodava con arte la massa dei loro ricci. L’operazione era lunga e noiosa, ma mentre la dama si faceva pettinare ella poteva ricevere visite ed era sempre circondata dai suoi ammiratori. Secondo Ovidio non c’era nessuna contraddizione a lasciarsi sistemare i capelli di fronte al proprio amante, ma era prudente non farlo se non si aveva una bella capigliatura, ed il poeta aggiungeva ridendo che se era così l’unico posto in cui una donna poteva farsi pettinare era il tempio della dea Bona, un luogo dove nessun uomo poteva mai metter piede. Inoltre era assolutamente sconsigliato a chi portava la parrucca di ricevere uomini. Ovidio, per spiegarsi, raccontava che una volta che egli era arrivato all’improvviso a casa della sua amichetta questa, sentendo i suoi passi, acchiappata la parrucca se l’era messa di corsa, ma l’aveva infilata alla rovescia cosa che aveva molto divertito il poeta, ma non altrettanto la ragazza che non ci aveva trovato niente da ridere.
Quindi per meglio passare il tempo mentre la si pettinava, la dama poteva ricevere visitatori, amici ed innamorati, ma doveva anche esser ben sicura di sapersi dominare e non dare in escandescenze ogni volta che un riccio non le piacesse, Ovidio sosteneva che in presenza di terzi non era di buon gusto graffiare, picchiare, torturare o stracciare le vesti della propria pettinatrice, fatto che, come ci insegna anche Giovenale, accadeva ogni volta che la dama nervosa ed irritata, incolpava la povera schiava di colpe che erano esclusivamente dovute al proprio aspetto. Meglio ridurre a pezzi la propria pettinatrice lontano da occhi indiscreti. Da questa raccomandazione e da quanto scrive Giovenale nella sua satira contro le donne si intuisce che anche in epoca antica c’era chi non si comportava come una vera dama e la vita delle loro pettinatrici doveva proprio essere dura.

Fonte:

http://www.espr-archeologia.it/articoli/156/La-donna-romana-e-le-pettinature

Una parte che riguarda l'uso delle parrucche in Epoca Augustea

Citazione :
In epoca augustea con tutte le grandi conquiste transalpine erano venute di moda le parrucche fatte con i capelli delle donne dei Sigambri e nella seconda metà del I sec. a.C. i capelli biondi erano l’ultimo grido così le Romane ovviavano al colore scuro delle loro chiome sia comprandosi bionde parrucche inanellate, sia tingendosi i capelli con la spuma batava, o più semplicemente anche se molto dispendiosamente cospargendosi le chiome con polvere d’oro.
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MessaggioOggetto: Re: Le donne nell'antica Roma, Usi e Costumi dell'epoca   Mar Feb 09, 2010 12:21 am

Le donne dell'antica Roma si truccavano

Le donne dell'Antica Roma si truccavano. E' stata scoperta infatti una crema speciale composta da grasso animale, grano e altre sostanze animali e vegetali, che le donne romane usavano per avere una pelle bianca e pulita.

http://www.telegraph.co.uk/news/uknews/1475792/Make-up-another-thing-the-Romans-did-for-us.html

Nota: Ecco perchè nella serie le donne nobili hanno una pelle chiara. Wink
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Le donne nell'antica Roma, Usi e Costumi dell'epoca

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